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Etichetta

Aveva deciso di farla finita.

Prese una risma di carta nuova, la stilografica e si sedette al suo posto preferito, sul divano, davanti al caminetto. Come cominciare? Caro? No, caro un corno. Ci voleva qualcosa di più incisivo, più sferzante. Ecco cosa ci voleva: un bel bicchiere di vino. Un buon vino l’avrebbe aiutata a trovare le parole. Scese in cantina e scelse una delle bottiglie che conservava per le grandi occasioni. Bè, questa lo era una grande occasione: di nuovo libera dopo dieci anni, era insindacabilmente una grande occasione.

Stappò il Barolo di Mascarello del ‘90 con gesti opportuni ed esattissimi, ne versò un mezzo bicchiere, ne scrutò il colore, ne ammirò la limpidezza, ne annusò il profumo dopo averlo fatto ruotare come gli aveva insegnato lui, ché lei prima di conoscerlo era un’appassionata dell’Agricolo (mezzo bianchino, mezzo Campari), e infine lo gustò con supremo godimento. Rotondo, pieno, corposo, elegante, deciso, armonioso. Magnifico: dieci anni di invecchiamento gli avevano solo giovato. I matrimoni dovrebbero essere come il vino, il suo invece si era comportato come la Coca-Cola aperta dimenticata nel frigo. Bah! Lode a Bartolo Mascarello! Forse adesso sapeva come cominciare.

Sublime rompiballe,

ti lascio. Dopo dieci anni mi sono rotta. Hai finito di ammorbarmi l’anima. Me ne vado. Trovati un’altra a cui sfelicitare la vita con quelle crisi da pazzo isterico. Addio. Infernizza l’esistenza a un’altra vittima. Torno da mia madre, che, fra l’altro, oltre a non avvelenarmi ogni giorno che Dio manda in terra, cucina anche meglio di te. Addio, sesquipedale stronzo.

Là. Quando ci vuole, ci vuole, pensò. Come questo maestoso Barolo. Se ne concesse un altro generoso sorso. Ambrosia. Rileggiamo un po’.

Be’, d’accordo, lui è scarnante, però un buon divorzio deve durare tutta la vita: vale la pena di uscire di scena con classe; senza offendere. E poi sesquipedale no, mica lo sa cosa vuol dire. Magari una misura più contenuta, meno inacidita: educata.

Francesco,

è giunto il momento di guardare in faccia la realtà: io e te siamo incompatibili….

Finì il bicchiere e continuò:

è doloroso ammetterlo, ma è meglio così. Meglio che ci lasciamo ora per non distruggere almeno il ricordo di quello che fu il nostro meraviglioso amore. Perché lo fu, meraviglioso.

Si versò dell’altro vino, ma questa volta riempì il calice un po’ più di quanto avrebbe approvato il suo ormai futuro ex-marito. E chi se ne frega, si disse con un’alzata di spalle. Però, scritto in questo modo suona come un rimpianto. No, ci vuole un tono dolente ma fermo; il tono della donna cosciente di andare a straziarsi le budella, ma che ciononostante è determinata a fare fino in fondo ciò che va fatto.

Caro Francesco,

non siamo stati capaci. L’amore è finito ma dirselo è duro.

Sì, ma così sembra un verso dei Pooh. Oh, Muse venitemi in aiuto! E buttò giù un’altra sorsata. Un po’ da camionista quel modo di bere, ma vuoi mettere la soddisfazione? Da capo, da capo. Bisogna esprimere dolore, ma con dignità. Contemporaneamente, però, deve essere chiaro che la decisione è irrevocabile.

Caro Francesco,

è con il cuore straziato che ti svelo i più intimi recessi del mio animo. Abbiamo percorso un lungo tratto di strada insieme nel corso di quell’estenuante approssimazione per difetto che è la vita, ma da troppo tempo i nostri percorsi hanno divertito…

Divertito? Diverso. Diverto? Ma come caspita è il participio passato? L’italiano è veramente una lingua  infida. E consacrò l’amara riflessione con un ulteriore tributo a Bacco.

…i nostri percorsi hanno preso a divergere fino a scorrere in vallate separate da invalicabili catene montuose. Possiamo continuare a recitare questo copione ormai consunto? No. No. No.

Certo che no. Fa schifo e non si capisce un’ostrega! Un’orgia di metafore sbilenche. Altro che sassi che il mare ha consumato le mie parole d’amore per te, qui siamo più dalle parti di Nek. Però, che corpo ‘sto Barolo! No. Meglio essere freddi, a costo di risultare impersonali, ma inequivocabili.

Gentile Francesco,

facendo seguito alle nostre recenti conversazioni telefoniche, questa mia per dirti che a partire da oggi la relazione intercorsa tra noi è giunta a scadenza. Pertanto ne consegue che in data odierna…

Disgustoso. Con costernazione si accorse che era arrivata al fondo della bottiglia e si alzò per andarla a gettare nel bidone della spazzatura. Alla faccia della raccolta differenziata del vetro! Quel vino andava giù come l’acqua. Con quello che l’aveva pagato era il minimo. Chissà perché del vino buono si dice che va giù come l’acqua? Forse perché la gente non è mai contenta di quello che ha. Sì, deve essere così e lo si capisce anche da come parla: guarda me, lui mi portava a casa le rose e per fargli capire che mi erano piaciute gli dicevo “Che belle, sembrano finte.” Invece, al cimitero, quando lui portava le margherite di seta sulla tomba di sua madre diceva “Che belle, sembrano vere.” Non eravamo mai contenti perché ci mancavano le parole per esserlo, rifletteva, mentre in cantina spiccava dalla rastrelliera un’altra bottiglia di riguardo. Anzi, altre due bottiglie, perché insieme allo Chablis Gran Cru di Drouhin, Les Preuses del ’90 prese anche un bel Brunello Biondi Santi del ‘98, caso mai la lettera andasse per le lunghe.

Francesco rientrò molto tardi dal ristorante. Nell’aria un’odore strano, un misto di legna e carta bruciata: il caminetto non tirava più bene, bisognava farlo pulire. Poi la vide. Addormentata sul divano: una gamba abbandonata sulla moquette, la testa su un bracciolo, bocca aperta, stilografica nella mano destra. Sul tavolino davanti a lei un foglio, un pacco smezzato di extra-strong, un calice riverso. Abbandonata sul pavimento una bottiglia di Chablis quasi vuota. Lesse l’etichetta: grande produttore, grande annata, grande scelta. Poi lesse anche le due righe scritte sul foglio.

Caro Francesco,

stiamo insieme da dieci anni e…

Un’ondata di tenerezza lo travolse. Il loro decimo anniversario: sì, l’evento meritava quel vino. Per quanto, lui avrebbe preferito un Mascarello del ‘90. Però, che tenera: mi stava scrivendo una lettera. Che cara. Come potrò mai dirle che non l’amo più senza offenderla? Forse è perché è una scrittrice che non troverò mai le parole giuste, si disse. Si versò quel che restava dello Chablis Gran Cru di Drouhin, Les Preuses del ‘90. Prosit.

 

Photography & Videography:
Popdam production
Text:
Andrea Ballarini