Bad Girl @Max Ferrigno

Bad Girl 

La rappresentazione del femminile nella ricerca di Max vive, in quest’ultima fase, una delineazione ancora più marcata di caratterizzazioni di forza, determinazione e ribellione. Crazy girl, che come una scossa tellurica, muovono e ribaltano ancora una volta certi stereotipi culturali di una società fortemente patriarcale, non del tutto pronta a un distacco dagli schemi tradizionali. Si palesa come lo sfogo di un’esigenza che prende ogni giorno più forma e che chiede prepotentemente di essere raccontata.
Sono donne – amazzoni guidate dal desiderio di libertà, di rivalsa e da un forte coraggio.
Figure destabilizzanti di “quell’ordine maschile”, portatrici di una forza inarrestabile, di istinto, di eros, di quel fuoco femmineo che uccide la razionalità. Lo sguardo è fiero. Viaggia da una sensualità vestita di apparente innocenza, per trasformarsi in rabbioso da lolita guerriera. Il confine tra reale (basta soffermarsi sulle immagini delle donne militari nella storia nazista fino all’Ucraina di oggi) e inventato, è decisamente labile. Semplicemente si scivola al suo interno e ci si ritrova proiettati in un luogo in cui l’atteggiamento da cosplay si muove tra la storia e la tecnologia steampunk. Il piano narrativo si compone di inquadrature cinematografiche e da game, in un viaggio mentale che guarda con passione al filone revenge-movie, alle studentesse di Sucker Punch e all’eroine di Tarantino, in particolare di Kill Bill ispirato al film Lady Snowblood del giapponese Toshiya Fujita, tra l’altro a sua volta basato sull’omonimo manga disegnato da Kazuo Kamimura.

Altra fonte ispirativa è rappresentata dalle guerriere di Robert Rodrigez in Grindhouse-Planet Terror (2007), in cui maggiormente si realizza il sodalizio tra manga giapponese e live action.
Una saga di sangue e violenza il cui canovaccio è costruito attorno alla figura della protagonista che dopo aver subito soprusi scopre di possedere una forza incredibile.
Colpi di scena splatter e humor grottesco in cui la loro normalità viene mostrata nella crudezza più assoluta come la scena di innesto di un mitra al posto di una gamba amputata.
Protagoniste che uccidono, combattono, rubano, mentono, vendicano, spesso anche più degli uomini.

Donne vessate, maltrattate, ma sempre in grado di rialzarsi e combattere contro gli oppressori. La rappresentazione di personaggi femminili talmente forti da superare le controparti maschili che tende a far sentire a disagio alcuni spettatori abituati all’idea di donna angelicata e inoffensiva. Un mondo intero che si ricongiunge all’origine di tutto, saldamente ancorato a una tradizione manga di una cultura che viaggia tra la fine degli anni ‘70 e gli inizi degli ‘80 che sviluppa questo stereotipo. Ferrigno mette in scena – leggendolo con la sua cifra narrativa e stilistica – il suo universo, frutto di tutte queste sollecitazioni visive e culturali. Lo fa con un certo gusto onanistico che guarda al passato, ma proiettandosi e rivitalizzando l’immagine a una visione nuova e aderente al contemporaneo. 

Ripercorrendo a ritroso la strada e la storia delle sue protagoniste anche le prime school girl di Ferrigno erano da considerarsi delle idol, anche se per semplificazione e per una maggiore comprensione da parte del suo pubblico, le ha definite con termini maggiormente accessibili come alternative model. Appartenevano già a questo fenomeno culturale, intrinseco nella cultura giapponese e nutrito da un forte fanatismo, che nella sua profonda natura è decisamente molto più di quanto noi occidentali possiamo comprendere e immaginare. Ma volendo chiudere ancora con maggiore precisione il cerchio, e volendo entrare ancor più nello specifico, le sue protagoniste sono in assoluto da catalogare come delle e-girl, appartenenti appieno a questa sottocultura giovanile di ispirazione punk e legate all’universo degli anime e di fenomeni musicali come il J-pop e K-Pop. 

Quest’ultima fase artistica non trova legami con un manga in particolare (com’era avvenuto per il progetto School girl), semmai l’analisi di un filone culturale e letterario che affonda le sue radici nei drammatici fatti storici post conflitto bellico di una società che si ritrova a confrontarsi con due bombe nucleari che hanno devastato un’intera generazione, lasciando dietro soltanto dolore e un numero considerevole di orfani, che ritroviamo protagonisti nelle storie di diversi cartoni animati. Si aggiunge a questo la gravità di una memorabilia (soprattutto nazista) considerata seducente per la cultura underground nipponica, nelle divise che ricordano quelle dei gerarchi, all’insegna del fetish più spinto. L’elemento che incuriosisce e ritroviamo nella rappresentazione pittorica di Ferrigno, è comunque un racconto filtrato da una cultura occidentale (pensiamo anche ai registi prima citati) e da una concezione visuale maschile (ad iniziare dai mangaka che ne raccontano la storia). 

Ma il viaggio mentale psichedelico che ne emerge ci porta a una carrellata di personaggi femminili “vestiti” di una forza interiore che le rende vittoriose. Eroine dall’immagine seducente e iconica – in un mondo dominato da uomini – la cui essenza magnetica ed enigmatica, le rende potenti e conquistatrici.
Si prendono con forza quello che gli spetta loro di diritto, e lo fanno con godereccia convinzione. Dismessi i travestimenti da adolescenti si mostrano nella loro fierezza di donne compiute, muovendosi in un gioco labile tra reale e immaginario, in cui tu osservatore non riesci più a distinguere il reale dalla realtà aumentata. 

Laura Francesca Di Trapani 

Artist:
Max Ferrigno
Text:
Laura Francesca Di Trapani