PHOTO GRANT DELOITTE 2025
Triennale Milano presenta la mostra della
3^ edizione del Premio fotografico internazionale
PHOTO GRANT DELOITTE 2025
Fino al 25 gennaio 2026
In mostra:
CARLOS IDUN-TAWIAH
con il progetto vincitore dell’edizione 2025, categoria “Segnalazioni”:
HERO, FATHER, FRIEND
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FABIOLA FERRERO
con il progetto vincitore dell’edizione 2024, categoria “Open Call”:
REINAS
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Sarà presentata anche un’anteprima del progetto GO LIVE di ATEFE MOEINI (1998), l’artista iraniana vincitrice dell’edizione 2025, categoria “Open Call”.
Il Photo Grant di Deloitte, il concorso fotografico più importante d’Italia e tra i principali a livello internazionale, è promosso da Deloitte Italia con il patrocinio di Fondazione Deloitte, in collaborazione con Triennale Milano, la direzione artistica di Denis Curti e il team di BlackCamera.
L’EDIZIONE 2025 DEL PHOTO GRANT DI DELOITTE
Dopo aver indagato i concetti di Connections e Possibilities, al centro rispettivamente della prima e della seconda edizione, quest’anno il Photo Grant di Deloitte ha promosso il tema Contrast. L’edizione 2025, infatti, ha invitato fotografe e fotografi a indagare i contrasti tra uguaglianze e disuguaglianze, prendendo come riferimento i diversi aspetti contraddittori insiti nella società contemporanea. I partecipanti al concorso hanno avuto il compito di dare voce a chi spesso rimane inascoltato, offrendo così i presupposti per la creazione di uno spazio libero e votato al confronto, dove l’immagine fotografica può contribuire significativamente alla costruzione di un dialogo edificante su un tema urgente e attuale.
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CARLOS IDUN-TAWIAH – HERO, FATHER, FRIEND
Il lavoro fotografico Hero, Father, Friend di Carlos Idun-Tawiah si presenta come un diario intimo, un viaggio profondo attraverso la memoria, innescato dal lutto e dalla ricerca della propria identità. L’autore affronta infatti il vuoto creato dalla perdita del padre, segnato dalla scarsissima, se non nulla, documentazione fotografica che testimonia il loro rapporto. L’assenza di immagini visive ha reso i ricordi sbiaditi, diventando così una ricostruzione mentale e immaginaria di quel legame.
«Dopo aver perso mio padre a diciott’anni, mi sono rimasti pochissimi scatti che ci ritraggono insieme. Ciò che resta sono ricordi lontani e ritratti formali in studio, immagini che sembrano scollegate dalla nostra relazione quotidiana. All’epoca la fotografia non era così accessibile, e l’archivio che avrei voluto semplicemente non esiste. ‘Hero, Father, Friend’ nasce come risposta a questa assenza. Ricostruisce i momenti emotivi e visivi che ho desiderato, colmando le lacune con scene sia reali che immaginate», le parole di Carlos Idun-Tawiah.
Protagonisti delle fotografie sono momenti sulla spiaggia con lo zio, lezioni di pianoforte con il nonno, partite di calcio con i cugini più grandi: queste esperienze hanno colmato l’assenza del padre e hanno ricordato all’artista che l’amore spesso arriva in modi inaspettati. Nasce così una riflessione sulla paternità non solo come un ruolo biologico o di responsabilità, ma come un dono che può manifestarsi in molte forme. Il lavoro vive così nella tensione tra realtà e finzione, intrecciando due linee temporali: una radicata nelle esperienze vissute con zii, mentori e anziani della chiesa che hanno preso il posto del padre dopo la sua scomparsa; l’altra immaginaria, plasmata da ciò che avrebbe potuto essere. La fotografia diventa così uno strumento capace di collocare passato, presente e futuro in un’unica dimensione atemporale.
Hero, Father, Friend rispecchia pienamente il tema del concorso di quest’anno, Contrast, offrendo una risposta stratificata: custodisce il contrasto emotivo tra dolore e desiderio, il contrasto visivo tra ritratti messi in scena e ricostruzioni intime, e il contrasto sociale tra le narrazioni dominanti sulla paternità nera e le forme di cura quotidiana, sfumate e spesso invisibili.
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La forma dei ricordi
Denis Curti, Direttore artistico
La fotografia in posa, o staged photography, è una forma d’arte in cui l’autore orchestra intenzionalmente ogni elemento della scena prima dello scatto. A differenza della fotografia documentaristica o spontanea, dove si catturano momenti che accadono naturalmente, nella fotografia in posa ogni dettaglio – dai soggetti agli oggetti scelti, dall’illuminazione alla composizione
– è meticolosamente pianificato e controllato. Questo approccio offre un potenziale creativo quasi illimitato, trasformando il set in un palcoscenico dove la visione dell’artista prende vita. Sebbene possa sembrare meno “autentica”, il potere della staged photography risiede proprio nella capacità di costruire mondi e storie che altrimenti non esisterebbero. In questo contesto prende vita il progetto Hero, Father, Friend di Carlos Idun-Tawiah: una sorta di diario intimo presentato come una profonda esplorazione della memoria, scatenata da un lutto, e della costruzione identitaria. Carlos si confronta con il vuoto lasciato dalla perdita del padre e dalla scarsa e quasi nulla documentazione fotografica del suo rapporto con lui. L’assenza di una documentazione visiva ha reso i ricordi sbiaditi e qui solo immaginati. Questa condizione di memoria inautentica funge da catalizzatore per un’indagine poetica che non si limita al rimpianto, ma cerca attivamente, usando le parole dello stesso autore, di «dare forma ai ricordi che non ho mai potuto toccare».
Carlos parte da un bisogno intimo per intraprende un biopic su suo padre insieme a una meditazione fotografica sulla paternità e sul sentimento della memoria. Cerca disperatamente di trasformare in immagini quei momenti che con il genitore non ha potuto condividere. La nostalgia lascia il posto alla malinconia e l’intero progetto non appare mai come una fuga dalla realtà. Carlos costruisce un inedito strumento per elaborare il lutto e per fare scorta di ricordi. Il suo zaino è carico di un’eredità emotiva. La fotografia diventa un mezzo per tracciare un ritratto colmo di speranza di ciò che avrebbe potuto essere, una linea del tempo immaginaria fatta di sogni. Questa linea del tempo immaginaria può essere interpretata come una forma controfattuale, un concetto psicologico che esplora come gli individui considerano scenari alternativi a eventi passati, influenzando la loro comprensione e regolazione emotiva del presente.
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FABIOLA FERRERO – REINAS
Il lavoro presentato da Fabiola Ferrero si è concentrato su due aspetti identitari del Venezuela: la produzione del petrolio e la bellezza delle donne. Ancora oggi, il Paese detiene la più grande riserva di petrolio al mondo e il maggior numero di titoli internazionali di bellezza. Negli anni ‘50, grazie agli stretti legami con gli Stati Uniti e l’Europa per investimenti esteri e immigrazione, il Venezuela entrò in un’epoca di grande sviluppo. Il concorso Miss Venezuela, introdotto nel 1952 dalla compagnia americana PanAm Airlines, faceva parte di questo periodo fiorente ed esprimeva gli ideali di progresso attraverso la figura femminile.
Negli ultimi sei anni, Fabiola Ferrero ha concentrato il proprio lavoro sul declino del Venezuela, esplorando le conseguenze del deterioramento dell’industria petrolifera e la perdita degli ideali a essa legati. Attualmente, la sua ricerca si spinge verso aspetti più profondi dell’identità del Paese, indagando, attraverso l’archetipo della reginetta di bellezza, ciò che resta del mito di crescita e modernità che ha segnato il boom economico nella seconda metà del Novecento. «So quanto i concorsi possano essere dannosi per le donne venezuelane, perché impongono standard di bellezza eteronormativi, eppure molte partecipanti mi raccontano di sentirsi più libere proprio nel personaggio che si sono create», osserva Fabiola Ferrero. «Per le donne venezuelane che vivono in mezzo al caos politico ed economico, i concorsi di bellezza rappresentano una piattaforma di progresso personale e una possibile via per uscire dalla povertà.
La maggior parte delle studentesse che ho incontrato nelle escuelas de reinas (“scuole per regine”) proviene da famiglie a basso reddito, nonostante i costi elevati della preparazione. Vincere titoli minori può aprire la strada a competizioni più grandi e, con esse, a uno status pubblico». Focalizzandosi sulle donne che sono state Miss Venezuela e analizzando i concetti di bellezza strettamente legati all’ideale di modernità emerso con la ricchezza petrolifera, il progetto Reinas pone al centro la prospettiva femminile nella storia e nell’identità dello Stato venezuelano.
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L’ ANTEPRIMA: ATEFE MOEINI – GO LIVE
Il progetto fotografico Go Live di Atefe Moeini nasce da un’esperienza biografica dell’artista: nel 2018 è stata arrestata dalla polizia morale a Teheran per aver indossato jeans strappati, un foulard rosso e un cappotto lungo.
«Sono stata gettata in una macchina della polizia, trattenuta per ore e costretta a cambiarmi con ciò che loro consideravano abbigliamento “islamico” prima di essere rilasciata», ricorda Atefe Moeini. «Ciò che mi è rimasto non è stata solo la paura, ma una profonda frattura, la sensazione che il mio corpo fosse diventato un campo di battaglia». Questo evento è stato l’inizio di Go Live, lavoro fotografico ancora in corso, incentrato sulle vite delle donne iraniane, la cui presenza nello spazio pubblico è costantemente sorvegliata, giudicata e punita. Moeini ritrae donne che, come lei, sono state arrestate o ammonite per il loro abbigliamento, chiedendo loro di indossare proprio quegli abiti incriminati. Alcune mostrano il volto, altre scelgono l’anonimato. Insieme, danno forma a una ribellione silenziosa, una memoria visiva di resistenza, orgoglio e sopravvivenza. Go Live è una testimonianza potente sull’essere viste, dopo anni in cui è stato imposto di non esserlo.
PROXIMITIES È IL TEMA DEL 2026
È stato annunciato – in occasione dell’apertura della mostra – il tema dell’edizione 2026:
Proximities.
Oggi l’umanità vive una condizione di distanza che non deriva solo dallo spazio fisico, ma anche dall’economia sempre più polarizzata, dalle tecnologie che filtrano la spontaneità dell’incontro tra individui e dalla cultura che fatica a superare la frammentazione sociale. È una distanza che include spazio, tempo e relazioni. Ci può essere una prossimità territoriale separata da un confine invalicabile oppure una lontananza che diventa prossimità del sentire, dell’anima, di intenti, capace di annullare le distanze. La fotografia può intercettare e raccontare questo vuoto. Osserva come i corpi occupano le città, come le comunità si ritirano dietro schermi e ritmi di lavoro che consumano l’attenzione. Le Proximities diventano allora un tema di indice sociale: mostrano allo stesso tempo chi resta incluso e chi invece scivola fuori dal perimetro del visibile. Nel contesto attuale, l’immagine fotografica è il linguaggio che riesce a registrare e raccontare le micro-relazioni: osservare le Proximities significa rendere leggibile la trama di legami che resiste sotto la pressione economica e sociale contemporanea. La fotografia mette in evidenza ciò che la società tende a ignorare, cioè che nessuna comunità esiste senza contatto e che la distanza non è un destino, ma un effetto delle strutture che regolano la nostra vita quotidiana.
