Gli ultimi saluti prima dell’inverno by Giovanni Gastel junior

Milano, 21 novembre 2023 

Gli ultimi saluti prima dell’inverno

Un libro di Ungaretti sta sul mio comodino, sempre a portata di sguardo: conforta.
Da lì traggo bellezza, che ultimamente spesso vuol dire tregua.
Leggo da moltissimi giorni quasi solamente fumetti, hanno una loro bellezza e un alto valore artistico. In questi mesi che precedono il Natale sto leggendo per la terza volta l’opera di Carlo Ambrosini: Napoleone.
Di fronte a me il palazzo in ristrutturazione si è dipinto di blu: questo il colore della rete di protezione che sovrasta le impalcature. Una membrana che ripara gli uomini al lavoro, oppure separa noi dalla materia sgarrupata, dalla calce ruvida, per preservarci dal rumore e da ciò che viene aggiustato? 
È un colore bellissimo, e se fossimo a marzo direi che questa tonalità che pervade la vista oltre il vetro è un preludio melodioso dell’estate. Ma è novembre, e tra qualche giorno compierò gli anni. Non è più, ormai, tempo di bilanci, né chiederò a qualche astrologa il parere delle stelle sul mio prossimo inverno.
Dalla strada, poco fa, uno scoiattolo gridava il suo verso. Sotto il sole algido talvolta m’interrogo sul suo richiamo, e quando non ci sono passanti, lo imito; esprimo un canto che assomiglia al richiamare classico verso i gatti. Un flebile risucchio che schiocca tra le labbra. Altro non so fare. Quando sono felice, però, arrivo a tentare con loro un dialogo, dico: stai tranquillo, amico mio, cerchi qualcuno? La tua sposa, il tuo amore? O hai fame? Avevo inserito oltre le grate del cancello di ferro sempre chiuso una casupola di legno per gli uccelli, e messo lì qualche noce, con Pietro, assicurandogli di fare una cosa buona, gentile.
Questi piccoli giardini privati sono tipici della mia città. Ognuno li protegge come può, tutti li possono guardare, pochi se ne prendono cura. Milano, in inverno, sotto il sole, è bellissima. È una città sempre pronta, che vive di preparazione, di attesa più che di posteriore celebrazione: vive l’attimo e poi ne brucia le coordinate, il ricordo. La campagna, invece, ha altri orologi. L’ho provato sulla mia pelle, durante gli arresti domiciliari in quella grande casa che mio padre stava mettendo a posto, mentre di me c’erano, appena salde, le fondamenta. È stato un anno duro, solitario, era estate ed era afosa e terribile. Era il 2009.
Oggi andrò da lui, da mio papà, a trovarlo. Lo troverò vicino al fuoco, che guarda la televisione, col suo cane zoppo vicino, a prendere lo stesso calore che lui invoca sempre, con una preghiera che è sempre la stessa: –Fa freddo, dovremmo alzare i caloriferi!
-Hai messo il maglione pesante, papà? E le calze? Hai quelle buone?
-Già, lo dimentico sempre! Ma sai, alla fine, dopo un po’ di camino sto meglio.
Sorrido, perché i nostri dialoghi si assomigliano sempre, come le stagioni. A volte mi chiedo se questo sia il nostro ultimo inverno insieme, ma non ho risposte, solo un po’ di quella gentilezza che mi ha insegnato proprio lui, da usare senza risparmio.
-Potresti andare a fare due passi fuori: c’è il sole, ti farebbe bene, lo dice anche la dottoressa…
-Non ho molta voglia, sai mio Gio?!
-Lo so, lo so! Sei sempre un po’ pigro, sorrido io.
Quando sono da lui spesso mi metto a rupettare nei cassetti antichi, a trovare cose dimenticate.
Guardo le nostre librerie e cerco vecchie edizioni, magari una prima, firmata, un’edizione pregiata, oppure solamente scelgo titoli e autori ché mi regalino conforto. Li prendo e li metto in valigia, la destinazione è la mia camera di Milano: porto un po’ di Castellaro con me, un po’ di quel silenzio, un frammento del fuoco acceso, un accenno della voce di mio padre, l’impressione scomoda ma calorosa che ho su quel letto antico, pesante, le doghe fuori asse. La mia camera da letto è come una trincea, da cui combatto una piccola battaglia contro il mondo fuori. E ogni libro, specialmente se scritto da un amico o da un parente, è una recinzione in più contro il freddo dell’anima, che tra una sospensione e l’altra ghiaccia l’umore mio e mina la terra oltre lo scavo.
Le cose scritte mi proteggono.
Ogni volume su queste brutte librerie marroni, mi ripara dall’inverno, allo stesso modo caloroso del bacio di mia moglie, del sorriso di Pietro, o dell’abbraccio di papà. È una minuscola guerra silenziosa contro una malinconia di cui ho curato le conseguenze e soprattutto le cause. La uso per scrivere, per lo più, perché non se ne può fare molto di più, credo. Da uno scaffale su cui ripongo le opere più amate, ci sono persone che mi parlano dei loro inverni. Da un ripiano sento Mario Rigoni Stern rivolto per sempre al suo Giuanin che chiede: torneremo a casa, sergente? Ce la faremo?
L’inverno silenzioso di quella guerra spietata e lontana, forse un po’ dimenticata, non risponde.
Torneremo a casa, salvi? Ho chiesto anche io per mezza vita.
Non avevo dimore, solo magioni temporanee, come il poeta Matsuo Basho, che del suo peregrinare ha fatto una poetica irripetibile. Questo, sembra essere stato il suo ultimo haiku, quando la malattia lo aveva costretto alla tregua dall’andare:

Mi sono ammalato in viaggio
i miei sogni vagano
per i campi spogli.

Anche Ungaretti mi racconta cose speciali, così alte che per capirle devo prendere una scala e rivolgerla al cielo, dove mi piace pensare che mi aspettino mia madre Minnie, e mio zio Giovanni, e gli amici perduti, scomparsi anzitempo, in giovinezza.
Tra loro c’è anche Carlo Ambrosini, che si è spento qualche giorno fa.
Avevo cercato, dalla libreria laccata di blu a Castellaro, il ripiano dedicato alla serie creata da Carlo per la Bonelli, Napoleone. Avevo pensato: andrò da lui, finalmente, per farmi autografare quel capolavoro che è ”L’occhio di vetro”! L’avevo messo da parte con quella intenzione.
Andrò domani, devo passare dalla farmacia! Ma quel domani degli ultimi saluti non arriva mai.
Nemmeno Milano ti può preparare all’inverno degli altri.
Sempre troppo tardi, arriva il pensiero di fare quella chiamata di fraternità, di amore non detto.
Da quando Carlo se n’è andato a raggiungere Baudelaire e Celine e tutti gli altri suoi amati poeti, ora che quel primo albo rimarrà senza il suo segno, metto un’orecchia alle pagine per segnarne il passaggio nella lettura, che è più amara. Ho meno cura di quelle carte, perché l’autore gentile e sognante non potrà più ascoltarne il melodioso cantico riverberato dalla mia voce ammirata. Certamente la sua opera parla per lui, ma la carta non è più una lettera aperta, ma solo un meraviglioso dipinto senza vita.
Ungaretti certamente mi aveva avvisato:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

E allora, se anche i poeti ci avvertono, dovremmo prepararci tutti ai nostri inverni, salutando per tempo gli amici, venerando gli alberi, raccogliendo il richiamo dello scoiattolo cittadino, amando i nostri cari.
Tenendo sul comodino i nostri libri più amorevoli.

Sai, Carlo? Ho guardato dentro il giardino che Pietro chiama “segreto”, l’altro giorno, e la casetta non c’era più, come se un dio piovoso si fosse portato via le cose buone di questo periodo, che è autunno ma che sa già di letargo.
-Dov’è la nostra casetta, papà? Chi l’ha presa?
-Non lo so, figlio adorato. Magari l’ha presa qualcuno che non ne aveva una vera dentro di sé.

Giovanni Gastel Junior per Popdam Magazine

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Giovanni Gastel junior